VIA DAI LUOGHI COMUNI!
Metto entusiasmo e determinazione in tutto quel che faccio perché so che quando si lavora sodo i risultati arrivano. A volte è facile nascondersi dietro ai luoghi comuni sulla politica, sull’economia, sulle cose che non cambiano mai, ma credo che per migliorare sia necessario che ognuno di noi, per quel che può, si tiri su le maniche e si dia da fare, contribuendo con forza, speranza e coraggio al cambiamento. E’ importante farlo subito e farlo insieme. Sono consulente finanziario, assessore nel comune di Bernezzo e consigliere della comunità montana valli Grana e Maira. Sono anche nonvedente, te n’eri accorto?
RISULTATI ELEZIONI REGIONALI
LA MIA CANDIDATURA A PUNTATE - guarda il video
sabato 31 dicembre 2011
L'UNICA CRISI DAVVERO PERICOLOSA E' LA TRAGEDIA DI NON VOLER LOTTARE PER SUPERARLA
"Non pretendiamo che le cose
cambino, se continuiamo a fare le stesse cose. La crisi può essere una grande
benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi.
La creatività nasce dall'angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. E' nella crisi che sorge l'inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere superato. Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e disagi, inibisce il proprio talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi è l'incompetenza. Il più grande inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita ai propri problemi.
Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia.
Senza crisi non c'è merito. E' nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze. Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo. Invece, lavoriamo duro.
Finiamola una volta per tutte con l'unica crisi pericolosa, che è la tragedia di non voler lottare per superarla."
Albert Einstein
sabato 24 dicembre 2011
IL MIO AUGURIO, QUASI, NATALIZIO.
Tu non sei solo i tuoi successi, come non sei i tuoi insuccessi; tu non sei le
tue abilità, come non sei le tue disabilità; non sei la tua bellezza, né i tuoi
difetti estetici, né la tua simpatia, né i tuoi periodi di sconforto, non sei
il tuo lavoro, la tua famiglia, la tua casa, i tuoi amici, i tuoi libri, i tuoi
viaggi; non sei solo quel bambino o quella bambina, né quel o quella ventenne,
né, solo, quel o quella, quarantenne.
Tu, come chi ti sta, stava, starà accanto sei molto di più. Tu sei la somma, meglio
il prodotto di tutto questo, perché ogni singolo aspetto del tuo essere opera
da moltiplicatore, come lo lievito, con e per gli altri: quello che ti e mi,
auguro è di capirlo, accettarlo e goderne, senza permettere che nessuno dei
mille ingredienti di cui siamo fatti abbia il sopravvento sugli altri.
Tanti, tanti auguri.
lunedì 21 novembre 2011
POLITICA E PIL: FINE DEL QUI PRO QUO
Fermo il fatto che il Pil è comunque un indicatore
importante, da valutare e nel limite del possibile, sostenere, non foss’altro perché
da lui dipende la riduzione del tasso di disoccupazione… E’ pur vero che sovrapporre
la politica al pil ed ai soli temi economici, come si rischia di fare di questi
tempi, è un grave errore. Come, secondo me, è altrettanto un grave errore
marginalizzare o, peggio, ignorare, le istanze e le proposte di chi vorrebbe
approcciare diversamente il tema della crescita o della de-crescita economica.
Robert Kennedy, che non credo fosse un pericoloso
estremista, la pensava così:
***
Non troveremo mai un fine per la nazione né una
nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico,
nell'ammassare senza fine beni terreni. (ops… forse era proprio un pericoloso
estremista… ndr)
Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla
base dell'indice Dow-Jones, nè i successi del paese sulla base del Prodotto
Interno Lordo.
Il PIL comprende anche l'inquinamento dell'aria e
la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre
autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.
Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le
nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle.
Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti
violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e
testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione
della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa
per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si
ricostruiscono i bassifondi popolari.
Il PIL non tiene conto della salute delle nostre
famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di
svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori
familiari, l'intelligenza del nostro dibattere o l'onestà dei nostri pubblici
dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né
dell'equità nei rapporti fra di noi.
Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro
coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra
compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto
ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.
Può dirci tutto sull'America, ma non se possiamo
essere orgogliosi di essere americani.
Robert Kennedy
mercoledì 9 novembre 2011
CARO POLITICO, LE RACCONTO UNA FAVOLA: QUELLA DEI FALSI INVALIDI, CHE, COME LA STREGA DI BIANCANEVE... NON ESISTONO!
Ill.mo
Presidente, Ministro, Onorevole, Assessore, Consigliere, Sindaco, segretario di
partito etc etc
Le
scrivo nella mia qualità di essere umano e cittadino di uno Stato che alla base
del suo ordinamento ha una Costituzione, per ottenere la quale molte persone
hanno dato la vita, poiché ritengo importante portare alla Sua
conoscenza, lo stato di forte disagio e la grande preoccupazione che sto
vivendo a causa di alcuni messaggi che giungono dalla politica.
Temo
che si voglia costruire un paese dove non c’è posto per chi è più debole, nel
quale chi ha una disabilità perde il rango di cittadino e diventa un “soggetto
autenticamente bisognoso” destinatario di assistenza in forma caritatevole. Non ho usato a caso la locuzione “soggetto autenticamente
bisognoso”, l’ho mutuata dal ddl A.C. 4566 art. 10, attualmente in discussione
alla Camera dei Deputati, presso le commissioni Finanze ed Affari Sociali.
Non
riesco a tacere dinnanzi ad un progetto di legge nel quale, per esigenze di
bilancio, Lei smantella o Lei tace davanti a chi vuole smantellare, con effetti disastrosi, il principio costituzionale
secondo cui tutti i cittadini devono avere pari dignità e pari opportunità, principio
questo che è la base fondante di tutte le politiche per l’integrazione delle
persone con disabilità, dimenticando che una delle motivazioni forti che hanno
spinto l’essere umano individuo, a diventare essere umano all’interno di una
società, è stata la pulsione a difendere le persone più deboli ed indifese.
Non
posso neppure tacere dinnanzi ad un atteggiamento serpeggiante e tristemente di
casa nelle argomentazioni di certi politici, che si fanno scudo della favola
dei falsi invalidi per aggredire chi invalido o disabile lo è davvero. Anche la
parola “favola”, a proposito dei falsi invalidi, non è casuale, perché,
Presidente etc etc, deve essere chiaro a tutti che i falsi invalidi non
esistono: esistono semmai delle false attestazioni di invalidità ed è
inaccettabile che si proceda alla “disintegrazione” sociale di tutti, a causa
delle colpe di pochi, per altro facenti parte di un sistema, ben presidiato da
molti Suoi colleghi, che li ha generati e protetti e da sempre è stato contrastato
e denunciato da chi l’attestazione di disabilità ce l’ha a buon titolo…
Ritengo
importante che si soffermi un momento su
queste mie parole, dal momento che oggi Le si para davanti un’occasione
irripetibile: è finita un’epoca. Lei ha la possibilità di tornare a fare Politica
e, solo Lei attraverso il suo impegno, può pennellare un po’ di colore sul
quadro a tinte fosche che pocanzi le ho delineato.
Presidente
etc etc, chi ha una disabilità non vive
fuori dal mondo: sa bene che si sta affrontando una crisi economica che ha
pochi precedenti nella storia. Lo sa bene proprio perché questa crisi la vive
sulla sua pelle ogni giorno esattamente come (forse) Lei e come tutti i
cittadini: semplicemente non è giusto che chi è più debole si veda presentare
il conto due volte, una come cittadino ed una come, appunto, disabile.
Le
scrivo pertanto affinchè da Lei, anche con la forza ed il prestigio del Suo
ruolo istituzionale, oltre che dall’organo esecutivo o rappresentativo che Lei
presiede o del quale fa parte, arrivi un segnale chiaro nel quale si affermi
l’assoluta ed urgente necessità per tutte le Istituzioni, di tornare sul
percorso tracciato dai Padri Costituenti, i quali hanno progettato “uno stato
per tutti”, il cui compito, tra gli altri, è rimuovere gli ostacoli di ordine
economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei
cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana.
Certo
che non lascerà cadere nel vuoto questo mio appello, disponibile a fornirLe
tutti i chiarimenti che riterrà opportuni, la saluto cordialmente.
Con
stima
Federico
Borgna
lunedì 17 ottobre 2011
IPSE DIXIT: I TROPPI INVALIDI IN ITALIA COSTITUISCONO UN FRENO ALLO SVILUPPO.
Questo post è lo stralcio di un articolo da me scritto per la rivista della sezione ANMIC (Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi Civili) della provincia di Cuneo.
***
La
manovra di correzione dei conti pubblici approvata qualche giorno fa da governo
e parlamento, prevede in tre anni € 59 miliardi di tagli alla spesa pubblica,
una somma colossale, che deve servire a rimettere in equilibrio i conti
dissestati del nostro Paese. Ben € 40 miliardi su € 59, sono stati individuati
tagliando sulle spese dell’assistenza, vale a dire sui sussidi ed i servizi che
lo stato eroga a favore delle persone più in difficoltà: anziani, persone con
disabilità, ammalati etc etc.
Ho l'impressione che una delle cause dell’attuale dissesto, purtroppo non solo
economico, dell’Italia, sia il ricorso che chi governa, sempre più spesso, fa
alla demagogia ed ai luoghi comuni. Dire, come ha detto un autorevole membro
del governo, che nel nostro paese ci sono troppi invalidi e che questo
costituisce un freno allo sviluppo, oppure che l’assistenza così come è stata
costruita è un lusso che non ci possiamo più permettere, è un luogo comune ben
lontano dal vero, se solo lo confrontiamo con dei dati reali.
Allora
vediamo questi dati: preciso, innanzi tutto che le fonti dalle quali derivano i
numeri qui riportati sono tutte pubbliche, ufficiali ed attendibili, si tratta
infatti di Inps, Istat, Ministero della Salute, Ministero dell'Economia e delle
Finanze e Società italiana di Statistica.
Complessivamente,
gli invalidi in Italia percettori di provvidenze economiche erano, al
01/01/2009 (ultimo dato pubblico certificato) 2.637.394, pari al 4,39% della
popolazione. La ripartizione territoriale del numero dei percettori è
ovviamente variegata: si passa da un minimo del 3,38% della popolazione della
Lombardia al 6,5% di Umbria e Sardegna.
A
questo punto credo che l’unico modo ragionevole per capire se siamo pochi o
tanti è confrontare questo dato con quello di altri paesi con caratteristiche
simili al nostro. Gli Stati Uniti d’America ad esempio, nazione che non mi pare
sia agli onori delle cronache per il fenomeno dei falsi invalidi, ha contato
nel suo ultimo censimento (2004) circa 37 milioni di cittadini con una disabilità, da grave a lieve, che
determina un’incidenza sulla popolazione pari al 11,9%!
Sorvolo
in questo articolo sul flop che si sta dimostrando la campagna di controlli a
tappeto messa in piedi dall’Inps su mandato del governo, dal momento che ad
oggi soltanto il 3% delle persone sottoposte a controllo, a fine iter, vale a
dire dopo gli eventuali ricorsi alla magistratura, risulta non avere titolo
alle provvidenze percepite.
Sorvolo
anche sul risultato strettamente economico di questa campagna di controlli a
tappeto, perché tra costi delle commissioni di verifica (costo dei medici etc
etc) e spese legali che l’Istituto di Previdenza dovrà pagare nei ricorsi dov’è
risultata e risulterà soccombente, le povere casse dell’Inps rischiano
seriamente un grande salasso.
Sorvolo
infine, si fa per dire, sul prezzo sociale altissimo che tutti noi, che
disabili lo siamo davvero, dovremo pagare alla caccia alle streghe messa in
piedi per perseguire i falsi invalidi, che come ho già detto e scritto a suo
tempo, vanno certamente stanati e perseguiti, ma non vanno mai strumentalizzati,
utilizzati come alibi per nascondere la inefficacia delle politiche sociali
portate avanti da chi ci governa.
Torniamo
a noi: dimostrato che, contrariamente a quanto sostiene il Ministro, “non siamo
troppi”, vediamo quanto costiamo e se davvero possiamo essere considerati un
freno allo sviluppo o un lusso che il Paese non si può più permettere.
Ognuna
delle 2637394 persone, alle quali è stata riconosciuta una disabilità
“significativa”, percepisce mediamente sotto forma o di pensione o di indennità
o di sussidio 369,44 € al mese, il che comporta un esborso complessivo annuo
pari a poco meno di 11 miliardi e 700 milioni di euro. Alla cifra sopra
riportata vanno naturalmente aggiunte diverse agevolazioni ad es. esenzione dal
ticket sanitario, fornitura di protesi, ausilii vari etc. etc. il cui importo è
di difficile quantificazione, ma che stando ai dati della Corte dei Conti
ammonta a circa 30 € miliardi.
Per
capire se una somma così ingente sia “troppo” e possa esser quindi considerata
“un lusso che non ci possiamo più permettere”, occorre avere un quadro più
chiaro, potrebbe quindi essere utile analizzare il dato della spesa sociale
complessiva e raffrontarlo con altri paesi.
Qui
il dato appare di nuovo assai interessante: sia la spesa sociale in senso lato,
che incide sulle prestazioni in favore delle fasce deboli della popolazione,
vale a dire su un gruppo di persone ben più ampio rispetto al solo mondo della
disabilità, ma che per certi aspetti la comprende, sia la spesa assistenziale
che più direttamente è volta a garantire un minimo di prestazioni alle persone
con invalidità o disabilità, vedono l’Italia collocarsi agli ultimi posti in
Europa. Il livello della nostra spesa è ben inferiore alla media europea, anzi,
è più corretto dire che il nostro paese si colloca al fondo della classifica
della spesa in favore delle fasce deboli sia in termini di spesa pro capite,
sia in relazione al prodotto interno lordo: peggio di noi fanno solo Grecia,
Spagna e Portogallo.
Ora,
in questo quadro di bassa spesa sociale e di attacco demagogico cosa succede?
Succede, come ormai tutti tristemente sappiamo, che sono stati messi a bilancio
€ 40 miliardi di tagli in tre anni; se non accadrà nulla, entro non molto, un
decreto stabilirà da dove dovranno essere tagliati questi soldi: potrebbero ad
esempio essere ridotte o regionalizzate le indennità di accompagnamento, discriminando
così tra disabili residenti in regioni ricche e disabili residenti in regioni
povere (e a chi per caso ora sta pensando che il Piemonte sia una regione
ricca… beh, mi dispiace, ma devo segnalare che la nostra non è considerata una
delle regioni ricche: tant’è che siamo sotto osservazione per gli sforamenti di
bilancio per la sanità e pare che il buco sia di quasi mezzo miliardo di euro).
Da questo punto di vista, per
fortuna ci sta venendo in contro la Corte dei conti che, chiamata a dare un
parere sulla proposta di riforma di cui stiamo trattando ha così argomentato: Nella spesa sociale ci sarebbe ben poco da risparmiare,
essendo l’ammontare complessivo attestato sui 30 miliardi, 40 se si considerano
anche alcune prestazioni previdenziali come la reversibilità.
Poco praticabile,
sempre secondo l’alta corte, sarebbe l’applicazione di limiti reddituali e
patrimoniali per la concessione dell’indennità di accompagnamento e per le
pensioni di invalidità. E su queste prestazioni monetarie la Corte annota come
esse facciano parte di “una politica ‘nascosta’ di
contrasto alla povertà, compensativa di un’offerta di servizi non sempre
adeguata e uniformemente distribuita sul territorio”. il rischio è
che il risparmio ottenuto si ripresenti come esigenza di servizi adeguati ad
una prevedibile impennata del fenomeno della non-autosufficienza. Secondo la
Corte, il contingentamento della spesa per l’indennità di accompagnamento
ribalta sulle regioni l’onere di compensare tutte le esigenze assistenziali e
di sostegno che si presenteranno in futuro.
La Corte segnala
inoltre come gli interventi di assistenza abbiano subito, negli ultimi anni,
rilevanti tagli: “il mancato rifinanziamento del
fondo per le autosufficienze, la riduzione degli stanziamenti per il fondo
politiche sociali e per la politica abitativa hanno già sensibilmente inciso
sul quadro degli interventi in ambito locale”.
Da
ultimo voglio segnalare un altro aspetto grave di questo intervento normativo: Si
vuole introdurre il principio che solo le persone “autenticamente bisognose” potranno
accedere alle prestazioni assistenziali in senso ampio, il che fa fare un passo
in dietro di 70 anni al processo di integrazione sociale di chi ha una
disabilità oltre che al processo di evoluzione civile di tutto il paese. I
principi delle pari opportunità e della non discriminazione contenuti nella
Costituzione, riconoscono pari dignità a tutti i cittadini indipendentemente
dalla loro condizione fisica, economica e sociale. Tutto ciò non per dire che
sosteniamo i sussidi anche in favore dei disabili ricchi, anche perché disabili
ricchi in Italia temo non ce ne siano, ma perché il principio su cui si fondano
lo stato sociale e l’assistenza non è fare la carità, ma riconoscere pari
dignità a tutti i cittadini.
venerdì 14 ottobre 2011
DA 300 SPARTANI A 316 ROMANI: FORSE QUALCOSA E' CAMBIATO.
Di recente mi è capitato di vedere in
tv un’intervista a Mino Martinazzoli, il quale ad un giovane che gli diceva
quanto inutile, sporca, inconcludente, oligarchica, corrotta, miope, parziale e
noiosa fosse la politica, lui rispose: “tu puoi anche decidere di non occuparti
della politica, ma stai pur certo che la politica si occuperà di te”. (va beh,
riconosco che forse sugli aggettivi relativi alla politica mi son fatto
prendere un po’ la mano….)
Esiste un limite alla sfera di influenza della politica?
Credo (o temo) di no, credo però che di questi tempi si tenda a confondere in
maniera assai rischiosa, la politica con il ruolo dei partiti. Nel senso che la
politica, a mio modo di vedere è il percorso dialettico che ognuno è pronto ad
intraprendere al fine di affermare una certa visione della vita, delle
relazioni e della società. i partiti,
invece, sono organizzazioni che associano o dovrebbero associare, persone che
hanno o dovrebbero avere, più o meno, la stessa visione politica. Lo
spartiacque tra politica e partiti è rappresentato dalle istituzioni. QUANDO
UNA PERSONA (POLITICA) ENTRA A FAR PARTE DI UNA ISTITUZIONE, DOVREBBE PORRE LA
PROPRIA VISIONE POLITICA AL SERVIZIO DELL’ISTITUZIONE STESSA E NON VICEVERSA.
Chi accede ad una istituzione in quanto nominato da un
partito è scilipoticamente portato ad esser fedele a quest’ultimo e non all’istituzione
stessa ed in ultima analisi ai cittadini, che dovrebbe rappresentare.
lunedì 26 settembre 2011
FAIL FAST, LEARN FAST, FIX FAST!
Premesso che è ben lungi da me l'intenzione di far riferimento alla situazione finanziaria/contabile dello stato italiano...
Sperando ardentemente che non mi arrivi una richiesta di risarcimento danni a causa della violazione del copyright, dal momento che la frase è stata riportata durante un incontro sulla comunicazione e pare sia il mantra di una major della pubblicità (il cui nome non ricordo…), credo che potrebbe essere interessante iniziare ad applicarla alla realtà di tutti i giorni.
Metti caso che vivi in un contesto che non ti piace un gran che, vuoi sul lavoro, a scuola, nella società o magari…. Chissà…. Nella gestione della vita politica del paese o del territorio in cui vivi….
Anzichè star lì a subire e rimuginare, fermo,per dirla con il Prodi di Guzzanti, prova! Perché da oggi l’obiettivo è fail fast, per poi learn fast e quindi fix fast, proprio il fail che hai combinato prima.
lunedì 19 settembre 2011
TREMILA NO CONTRO I TAGLI AI PIU' DEBOLI
Martedì scorso eravamo più di tremila a Torino, in piazza Castello, davanti al palazzo della presidenza della regione, per manifestare il nostro dissenso al modo in cui la regione ed il governo stanno affrontando il tema della crisi dei conti pubblici, che pensano di risanare tagliando sulle fasce più deboli della popolazione.
In effetti per l’hanno in corso, a bilanci stra-approvati ed addirittura a prestazioni erogate, si è saputo che la regione, causa tagli governativi, sottrarrà dodici milioni di euro al fondo che finanzia i servizi sociali piemontesi, mettendo in grave difficoltà quasi tutti i consorzi socio assistenziali che forniscono servizi alle persone con disabilità, agli anziani, alle famiglie in difficoltà, vale a dire alle fasce più vulnerabili della popolazione.
Tra i tremila manifestanti erano presenti molti sindaci di tutti i colori politici, a testimoniare che quando una battaglia è giusta, non importa quale sia il tuo colore politico, la devi comunque combattere.
Naturalmente, oltre ai sindaci ed agli operatori dei servizi sociali erano presenti in massa moltissime persone con disabilità, per gridare a gran voce la rabbia di chi non si riconosce più in questa politica che non tiene conto della tutela del più debole, che riporta tutto alla fredda logica dei numeri, che ha deciso di tagliare sui più deboli piuttosto che contrastare seriamente l’evasione fiscale e lo fa apprestandosi a smantellare il sistema dell’assistenza, con una progressione di tagli su base nazionale di 4, 16 e 20 miliardi di euro, all’anno, nei prossimi tre anni. Tagli simili non possono che mettere in ginocchio l’intero settore e gettare nel ghetto dell’emarginazione decine di migliaia di famiglie, facendo pagare due volte la crisi a chi ha una disabilità, una volta come cittadino ed una come disabile.
venerdì 19 agosto 2011
L'ITALIA E' UNA REPUBBLICA DEMAGOGICA FONDATA SUL LAVORO, DEGLI ADDETTI STAMPA
Mi sta diventando quasi insopportabile l’atmosfera che si respira in questi giorni di canicola agostana, non tanto per la temperatura quanto per il desolante spettacolo che ci stan fornendo tutti insieme quelli che si sono autoproclamati e, come tali si stanno auto conservando, classe dirigente nel nostro paese. Classe dirigente a tutti i livelli, non solo la mai abbastanza vituperata casta politica (alla quale immodestamente, nel mio piccolo, appartengo), ma pure quella informativa, sociale, amministrativa, religiosa e a tratti pure quella civile.
Non credo si tratti di sindrome da accerchiamento, mi pare più una sorta di saturazione alla demagogia delle soluzioni che ci vengono prospettate ed al moto patriottico che anima ognuno di noi, in base al quale tutti devono pagare, però iniziamo dal mio vicino che non ha mai pagato. Ed allora va benissimo ridurre le province, perché non servono a nulla e drenano un sacco di risorse pubbliche, però non bisogna cancellarle tutte, perché alcune sono più inutili delle altre: quindi quelle che sono sopra i 300000 abitanti, oppure sotto questa fatidica soglia, però hanno un’altezza media tra 215 e 316 metri ed i loro abitanti si chiamano in maggioranza Giuliano o simili non le cancelliamo. Idem per i comuni sotto i mille abitanti, che però se sono amministrati da un sindaco che si chiama Filippo o simili non vanno accorpati e se dicono pugno entro 5 minuti dalla promulgazione del decreto legge si possono accorpare solo con altri comuni che però devono iniziare con la lettera “k”. E se devo scegliere tra salvare i pensionati ed i comuni, beh, non ho dubbi salvo i pensionati…. Ma da cosa li dovrei salvare? Va beh, inizio a salvarli e poi vediamo. Intanto taglio 50000 poltrone, che non so bene che risparmio mi possa portare perché 45000 su 50000 sono gratuite e 5000 tutte insieme costano come un paio di poltroni. Ecco, forse che nell’eccesso di necessità ed urgenza dal quale è scaturita la manovra bis ci sia stato un refuso e le 50000 poltrone fossero in realtà 50000 poltroni? Poltroni della più ampia specie, dai parlamentari che fan poco (ammesso e non concesso che esistano, si fa per dire), ai ministri immagine, ai consiglieri regionali, provinciali, comunali, circoscrizionali che fingono di far qualcosa. Perché poi non i sindacalisti dei lavoratori e dei datori di lavoro che non fan bene il loro lavoro ed i giornalisti,, i funzionari pubblici, i pubblici dipendenti, i professionisti, i lobbisti, i banchieri ed i bancari, gli artigiani, gli operai, gli impiegati, gli insegnanti e gli studenti, i preti i vescovi, i disoccupati che non fanno nel modo migliore quello che spetterebbe loro fare? Demagogia, questa la soluzione: molto meglio lisciare il pelo all’interlocutore di turno, che affrontare il problema caricandoci il mal di pancia che ci arriverebbe dalla revisione di 65 anni di problemi nascosti sotto il tappeto e mai affrontati, perché in fondo, l’importante non è quello che fai, ma come comunichi. E non ho dimenticato il pronome.
martedì 24 maggio 2011
UNA COSA CHE, FORSE, HO IMPARATO
La “stagione” mi istiga a postare una piccola predica: quando si lotta e ci si batte mettendo in gioco tutte le proprie energie lo si deve fare (ovviamente secondo me) alla condizione (necessaria) che lo si faccia a favore di qualcosa o di qualcuno. Farlo “contro” è faticoso, controproducente quando non addirittura dannoso.
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